Daniela Croci, dal Piceno a New York per amore dell’arte e della musica hip hop

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Daniela Croci, in arte Zoe, è una dei talenti italiani espatriati in un altro continente, l’America nel suo caso. Videographer, ballerina e creative director a New York, è finita recentemente sulla serie The Expats di GRIOT, un centro culturale online, a raccontare la sua storia. Ha fondato a Brooklyn la sua casa di produzione video, la Zoe Map Films, con l’intento di documentare l’esperienza umana attraverso le lenti dell’arte, della musica e della cultura.
Daniela è una tipa tosta, cresciuta a pane e hip hop, che sa perfettamente ciò che vuole.

Racconti il suo percorso creativo.
Ho frequentato l’indirizzo moda dell’IPSIA G. Sacconi di Ascoli. In seguito mi sono iscritta al corso Progettazione per lo Spettacolo dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Ho lavorato come assistente stilista in alcuni uffici stile e come assistente scenografa e costumista per diversi teatri emiliani. Mentre mi stavo laureando, ho fatto un corso video e ho finalmente dato spazio alla mia grande passione per il cinema. Sono entrata in contatto con le realtà indipendenti del luogo e ho collaborato con troupe a spot e corti. Mi sono laureata con un progetto video sui graffiti e poco dopo ho collaborato al documentario Versibus Alternis (regista Michele Miottello, 2007) sul freestyle nell’hip hop italiano dove compaiono rapper come Neffa, Danno, Ensi, Clementino e molti altri. Ho passato alcuni anni a lavorare in Italia senza una reale retribuzione, nel 2008 sono approdata nella città dei miei sogni, New York.

Come se l’è cavata?
Successivamente a circa tre anni di avanti e indietro, ho ottenuto un visto d’artista che mi ha permesso di iniziare con la mia attività. Il mio primo video è stato un piccolo documentario intitolato: Cazadora de Sueños (Acchiappasogni) incentrato su una storia d’immigrazione che mi toccava da vicino: la mia amica messicana e aiuto-cameriera del ristorante dove lavoravo, lasciava gli Stati Uniti dopo tredici anni d’illegalità.

Che cosa le interessa rappresentare nella tua arte?
La più grande ispirazione è il melting pot newyorchese. Mi interessa evidenziare storie d’immigrazione e non solo. L’umanità delle persone è il soggetto principale della mia narrazione. L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione comune attraverso le testimonianze e la condivisione di culture e tradizioni come arricchimento personale e collettivo.

Nei suoi video è molto attenta alla musica, come l’ha scelta?
In Outside of the Box il producer italiano Stabber, con cui ho collaborato, ha costruito la musica sulle immagini. In Love n Fear c’è lo stesso tipo di lavoro con Dj Argento. I miei progetti video iniziali erano molto sperimentali con la musica. Nel mio primo cortometraggio Tutto è come sembra, oltre alle tracce in collaborazione con altri producers, ho costruito i suoni in post-produzione, dietro esiste una ricerca specifica, dalla porta che si chiude all’ascensore che si apre. Ricerco in base allo stile del video, il suo ritmo, sto attenta alla moda, al tipo di costume, alla cultura e a tutte quelle caratteristiche che possono suscitare un’atmosfera, un ricordo, un suono.
Essendo ballerina sin dalla nascita, per me la musica è l’aria che respiro. Quello che faccio con le immagini è una sorta di danza con la musica. Spesso è quest’ultima che mi ispira una sensazione, un’immagine appunto. In ogni caso la musica è sempre protagonista.

Ogni volta che costruisce un video segue un processo diverso?

È un processo chirurgico. La musica suggestiona ricordi e immagini, tento sempre di trovare il giusto compromesso. Il fruitore è lasciato libero ma è comunque guidato in un’esperienza sinestetica. L’arte serve a questo, a riconoscersi.

Come avvengono le collaborazioni musicali con gli artisti?
Sono stata parte attiva di un collettivo che si chiama Brooklyn Wildlife. Tramite di esso ho conosciuto molte persone, con le quali ho creato contatti. Spesso organizzano eventi con mostre, proiezioni, performance live di musicisti e artisti, poeti che leggono le proprie opere.
Sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli e mi piace sapere cosa si muove d’interessante, di originale nel sottosuolo. New York è relativamente grande, le persone sono collegate tra loro in mille modi diversi e succede spesso di incontrare le stesse persone nelle situazioni più diverse.
Ho ottenuto un buon successo con i miei lavori e la gente è spesso entusiasta di prenderne parte.

Come integra la professione di ballerina con l’attività di videomaker?

Ballo da quando sono bambina. Ho studiato e sperimentato diversi stili, dal modern-jazz alla break-dance, dalla danza contemporanea al voguing. Per alcuni anni ho anche insegnato a Bologna. Ho coltivato questa passione in maniera professionale ma quando sono arrivata negli States ho dedicato gran parte del mio tempo a costruire il mio portfolio come videographer. Ero comunque un’assidua frequentatrice di piccoli club come il “Sutra” (ormai chiuso) con Dj Tony Touch ai piatti, e tutta la scena hip hop e specifica degli street dancers a NY che si riuniva anche tutte le domeniche nel piano sotterraneo “Sullivan Room” per l’evento Funk Box. Cercavo comunque di tenermi aggiornata e ballare, non avendo all’inizio tempo e possibilità per frequentare lezioni di danza.
Ultimamente però ho di nuovo preso in seria considerazione la danza, ho iniziato a collaborare con un gruppo di ballerini chiamato Bonsai Lab e creato da Akim Funk Buddha. Sabato 10 Dicembre nella galleria d’arte Gamba Forest ho preso parte ad una performance chiamata Dancitecture, un progetto sulla ricerca del movimento e l’architettura, all’interno di un’installazione estemporanea. L’evento ha avuto inizio con la presentazione e proiezione del mio video When I dance I need love, girato a San Benedetto all’interno della sede della Cisl con il ballerino romano di origine domenicana Alexander Nuñez.

In che modo la danza e la moda la ispirano nel suo lavoro?
La moda mi comunica sempre musica e vice versa. Con i suoi riferimenti al passato o a determinate tradizioni culturali, m’ispira sempre una determinata tipologia di musica, legata ad un periodo storico. Per quanto riguarda la danza, come già detto, se non ballo fisicamente col corpo, ballo con le immagini e il loro montaggio.

Ha scelto di essere un’artista indipendente. Significa che non accetta commissioni dalla grande industria?
Indipendente significa che non faccio parte di un’agenzia e non lavoro per nessuna azienda a tempo pieno. Però valuto sempre tutto, l’importante è che rispettino la mia etica personale. In linea generale questo mi permette una libertà decisionale nei miei video, e ci tengo a questa indipendenza perché mi concede una grande libertà creativa. I progetti che produco sono veri e freschi proprio per questo.

Cos’ha di magico una città come New York?

Amo tantissimo questa città. Ho realizzato tutti i miei sogni qui. Non mi aspettavo andasse così. Per quanto assurdo, non è una città impossibile. La metro è aperta H24, ti puoi muovere ovunque. È sicura e non violenta come nel secolo scorso. Puoi essere e fare quello che vuoi. La libertà d’espressione è totale e se ti impegni, porti a casa i risultati. New York, inoltre, è uno dei centri urbani musicali al top in quanto a sperimentazioni di elettronica, jazz, hip hop. Non perde mai il suo fascino soprattutto per questo.

Prossimi progetti che bollono in pentola?
Un progetto come ballerina con un paio di musicisti dal vivo, un video musicale con una rapper donna fortissima e sto sviluppando un documentario su uno dei più leggendari ballerini di voguing. Poi dopo la brillante esperienza come curatrice di mostre ed eventi musicali con il mio progetto Exit Room, sto per tornare con l’organizzazione di eventi artistici che si svolgeranno mensilmente in una nuova location nel cuore di Brooklyn.




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