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Quando Samb e città erano un’unica famiglia

Pubblicato da 

Andrea Bellabarba
 lunedì 9 Settembre 2013

SAN BENEDETTO – Parliamo della Samb, di quando una squadra di calcio riusciva a coinvolgere una cittadina in una unità di intenti ineguagliata nel corso degli anni. Parliamo di tempi diversi da quelli di oggi, della prima promozione in serie B. Parliamo del 1955 e di un uomo che riuscì a regalare ad una cittadina di una manciata di abitanti un sogno grande quanto una metropoli.

Parliamo di Domenico Roncarolo, il presidente che, con oculatezza e sapienza, portò la Sambenedettese, per la prima volta, in serie B.

Tempi irripetibili quelli, in cui tutti erano chiamati a partecipare. Gente di diversa estrazione sociale si univa per un unico obiettivo: fare il bene della squadra. Per questo all’interno del gruppo societario collaboravano, fianco a fianco, barbieri, ingegneri oppure politici e tifosi impegnati a rendere grande la Samb.

“Quella squadra era la nostra vita – ha spiegato Giorgio Roncarolo, figlio del mitico presidente Domenico, che guarda con nostalgia e più di una punta di orgoglio a quei periodi di sacrifici, ma dai grandi risultati sportivi – mio padre, in caso di sconfitta della Sambenedettese, era capace di passare la notte in bianco rimuginando sugli errori visti in campo. Una cosa irripetibile era la passione messa dalle persone che facevano parte della società, e dai calciatori, molto attaccati alla maglia”.

Con il campionato ormai alle porte è d’obbligo fare un confronto tra la Samb di oggi e quella di allora: alla fine il segreto della vittoria rimane sempre l’atteggiamento con cui un giocatore affronta il suo mestiere, senza puntare al facile guadagno o alla notorietà eccessiva.

“Investire nel calcio oggi è diventato difficile – ha continuato Roncarolo – i procuratori sportivi chiedono troppo nella compravendita di giocatori, senza permettere loro l’identificazione con la società di appartenenza. Negli anni della vittoria della Samb era tutto più semplice. Lucio Palestini era lo scopritore dei nostri talenti che andavano poi ad allenarsi a Porto D’Ascoli. Pur di giocare tutti accettavano delle piccole privazioni e molti rimasero comunque legati alla società e anche alla città”.

Infatti atleti come Buratti, Guidazzi, Beni e Chimenti figure centrali di quella stagione indimenticabile,  sono rimasti a San Benedetto aprendo anche delle attività, così come fece il portiere Piero Persico, coinvolto nello staff tecnico della Sambenedettese come allenatore dei portieri, diventò proprietario di un albergo.

“Mio padre basava tutto sul risparmio e sulla passione profusa dalla squadra – continua Roncarolo –. A Luciano Calabresi, l’accompagnatore dei ragazzi nelle trasferte, veniva chiesto di trovare una pensioncina modica, a piccoli prezzi per ospitare i calciatori. E nessuno si lamentava. Riuscire a gestire una squadra con pochi mezzi ed arrivare alla serie B è bravura. Ma tutto si deve anche ad una sinergia che oggi purtroppo è andata persa. Nonostante il periodo difficile in cui stiamo vivendo io spero sempre che la Samb possa affrontare le sfide che avrà di fronte al meglio del suo potenziale. Faccio un grande in bocca al lupo al presidente Moneti  che ha voluto cimentarsi in questa sfida difficile”.

© LA NUOVA RIVIERA|RIPRODUZIONE RISERVATA

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