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PAUSA CAFFE’ | Giuseppe Piccioni: “Margherita Buy tra le muse dei miei film. Sul set sono l’ultimo ad andare via”

Il regista e sceneggiatore e il suo legame con Ascoli Piceno. “Sono nato in una rua del centro. Tra Piazza Immacolata e viale Benedetto Croce ho trascorso la mia adolescenza”

ASCOLI PICENO. Regista e sceneggiatore tra gli autori più interessanti dello scenario italiano. Giuseppe Piccioni nel 2019 entra a far parte di AKIFilm, una società di produzione cinematografica indipendente è docente all’accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”. Giuseppe Piccioni cos’è rimasto di quel ragazzo che appena laureato in Sociologia all’Università di Urbino decide di iscriversi alla scuola del cinema di Roma?

In certi momenti mi sembra che sia rimasto tanto, in altri mi chiedo “cos’è successo? Come sono arrivato fin qui? Così in fretta poi? Sono domande che prima o poi ci facciamo tutti.  La tentazione è quella di dire che sono rimasto quel ragazzo, che in fondo non sono così invecchiato ma forse è una bugia che dico a me stesso, forse non si invecchia troppo proprio perché non si rimane sé stessi, si cambia, nel bene e nel male, e si cerca di essere sempre disposti verso nuove esperienze. In ogni progetto cerco sempre di trovare uno sguardo personale, riconoscibile ma nello stesso tempo devo inventarmi qualcosa di nuovo, non posso ripetermi.   Forse è proprio per questo motivo che realizzo film a distanza di almeno tre anni.  Non è una cosa di cui mi vanto, non dico così per civetteria, non ne vado fiero. Mi piacerebbe essere più prolifico ma non ci riesco. Per fortuna mi piace anche insegnare, come il corso che sto tenendo a San Benedetto del Tronto, dove una volta al mese incontro gli allievi di una scuola diretta da Marco Trionfante. Sono momenti in cui scopro qualcosa di nuovo, il rapporto con questi ragazzi mi arricchisce, mi permette di mettere a fuoco delle intuizioni, sono esperienze che mi migliorano. E’ come se in me ci fosse un continuo conflitto interiore in cui alterno entusiasmi e momenti di sconforto.  Cerco di non fare calcoli, di mettere da parte quello che ho imparato, mi comporto come se non avessi consolidato niente delle mie esperienze professionali passate.  Faccio di tutto per non essere ovvio, prevedibile, scontato e provo a mettere da parte la malizia e i trucchi del mestiere, cerco sempre qualcosa che non fa parte del manuale. Eppure l’esperienza che ho accumulato in tutti questi anni in parte mi ha cambiato. Ho dovuto anche fortificarmi, questo lavoro è affascinante ma non è facile, bisogna governare tante variabili, gestire tutti gli aspetti di un progetto, comportarsi da professionisti. Con i miei produttori cerco sempre di essere leale. Faccio di tutto per rispettare il piano di lavorazione, sono sempre l’ultimo ad andare via sul set, a spegnere le luci. Insomma cerco di fare il mio film ma non sono un regista capriccioso anche se difficilmente rinuncio a qualcosa solo perché non piace al produttore. Mi piace confrontarmi, accogliere i consigli nella speranza di saper riconoscere quelli giusti, che ti aiutano, e quelli che ti mandano fuori strada. Ogni volta che inizio un nuovo film mi sembra di entrare in un tunnel, perché non avrò più tempo per me stesso poi però, una volta che ci sono dentro, Il tunnel mi piace molto, quel tunnel è la vera vita, dove devi prendere decisioni che hanno conseguenze immediate; non ci sono tempi morti, e vivi tutto ad un livello di intensità che non hai mai nella vita quotidiana. È uno stato d’animo duraturo, non episodico, che non ha a che fare col successo o qualche gratificazione che ti arriva dall’esterno. Quell’energia ti arriva dall’essere dentro qualcosa che non esiste, e che stai creando insieme agli altri. Qualcosa che permane a lungo, almeno quanto la durata delle riprese. È questo che mi spinge a fare questo lavoro.

Quando ha capito che aveva imboccato la strada giusta?

Più che trovare la strada giusta, che in fondo si cerca sempre, ho riscontrato una sorta di continuità nel mio lavoro, nel tipo di storie che racconto. Ma questo desiderio di continuità convive con un altro desiderio: quello di aggiungere qualcosa che arricchisca il mio percorso, nuovi stimoli, diversi da quello che ho già fatto. Per le storie che voglio raccontare non c’è un libro, un ricettario valido per tutti i film che fai.

Nel 1987 con il lungometraggio “Il grande BleK” prodotto dalla Vertigo Film, da lei fondata insieme a Domenico Procacci, lancia la carriera di Francesca Neri, ma poi sarà Margherita Buy a diventare protagonista di molti suoi film.

Credo di essere stato fortunato. Spesso un giovane regista nei suoi primi progetti lavorativi fa fatica a mettere insieme dei bravi attori, tra quelli che cominciano ad essere conosciuti e amati dal pubblico. E non è detto che i tuoi gusti e quelli del pubblico coincidano. Margherita, Sergio Rubini erano in quel gruppo di giovani attori che proprio in quegli anni cominciavano ad avere un loro pubblico e, nello stesso tempo, avevano qualcosa che li rendeva speciali. Con Margherita l’incontro è stato casuale, la prima volta che l’ho conosciuta, lei racconta che non l’ho nemmeno guardata, perché io ero interessato soprattutto a Sergio Rubini che era allora il suo compagno. Fu in quell’occasione che proposi a Sergio di lavorare con me nel mio primo film, Il Grande Blek, girato ad Ascoli.  Poi un’estate, lui e Sergio mi invitarono a passare qualche giorno con loro a Ginostra. In quell’occasione diventammo davvero amici e cominciai a pensare a lei come possibile protagonista di un mio film.  Insomma la scelsi per “Chiedi la luna” ed è stato l’inizio di questo sodalizio.  Lei è tra le muse dei miei film. Con Margherita ho fatto una piccolissima parte nel suo film d’esordio alla regia “Volare, di cui è anche protagonista.

Che rapporto cerca di instaurare di volta in volta con gli attori?

Con loro cerco di dare il meglio di me, è la parte del lavoro di regista che mi appassiona maggiormente.  Provo solo a creare le condizioni affinché gli attori abbiano un minimo di tempo, mi sforzo di fornire loro un personaggio e delle scene che possano essere all’altezza delle loro aspettative. Che poi sono le aspettative di tutti gli attori. Scene ben scritte e personaggi stimolanti. Io da parte mia metto anche tutta la mia disponibilità per aiutarli a trovare qualcosa che sorprenda me e anche loro. Penso che con me si sentano a loro agio e la cosa è quasi sempre reciproca. Dedico a loro tutta la mia attenzione, cerco di proteggerli e provo in tutti i modi a ottenere la loro fiducia.

I sentimenti sono sempre al centro dei suoi lavori.

Sì. Anche se ho la sensazione che i miei personaggi non compongano dei quadretti consolatori. Dietro ci sono “messaggi” a volte forti. Mi piace che al centro dei miei lavori ci siano emozioni e sentimenti con un risvolto inaspettato, senza cadere nella forzatura o nella retorica sentimentale… se devo scrivere un dialogo d’amore cerco di non essere stucchevole. In “luce dei miei occhi” il personaggio interpretato da Sandra Ceccarelli dice ad Antonio (Luigi Lo Cascio). “Che ci vuoi fare, è così. Non mi batte il cuore quando ti vedo, non mi sento perduta quando te ne vai… “Gli sta dicendo che non è innamorata di lui, che lui non è per niente al centro dei suoi pensieri, sono parole senza speranza, crudeli. Sentimentale? Forse, ma senza nessun sentimentalismo.

Con “L’ombra del giorno” torna nella sua città natale. Qual è il luogo di Ascoli al quale è più legato?

Sono nato in una rua (stradina) del centro, ma poi la mia adolescenza è stata tra piazza Immacolata e viale Benedetto Croce, un quartiere della periferia abbastanza vicino al Centro storico. E poi c’è stata la piazza, piazza del Popolo, un teatro a cielo aperto, il luogo che definisce l’identità di tutti gli ascolani. Un luogo di educazione allo sguardo, di fughe, appostamenti, incontri, attese, agguati, la vita, insomma. Erano gli anni della formazione, delle amicizie, degli innamoramenti e delle scoperte del mondo, insomma del passaggio all’età adulta.

Quando e come è cambiato il mondo della cinematografia da quando ha iniziato a lavorarci?

E’ cambiato il mondo così come sono cambiato anch’io con nuovi gusti, sensibilità e attenzioni che spero si siano evoluti. Sono cresciuto guardando i film del cinema indipendente americano, quello degli anni settanta. È stata la golden age del cinema, quello dove le sale cinematografiche erano il luogo dove si condivideva un’esperienza unica, uscendo di casa, insieme agli altri. Ma non vedo tutto questo con un atteggiamento nostalgico. Anzi credo che il cinema, quello del grande schermo, sia ancora il futuro. Ci sarà un ritorno del pubblico nelle sale, credo che quel tipo di fruizione sia ancora insostituibile.

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