Stracci saluta e si sfoga: “Ospedale sulla costa? Urbinati ha remato contro. A San Benedetto temevano gli striscioni allo stadio”

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MONTEPRANDONE – “Sono entrato in Comune che ero un ragazzo, esco che sono un uomo”. Stefano Stracci è pronto a cedere il passo, con la fascia di sindaco che da lunedì prossimo verrà indossata da qualcun altro. Lui per ora si ferma ai box e tornerà a vivere Monteprandone da semplice cittadino. Fino a quando? Questo per adesso non si sa. “In paese un vecchio compagno ripeteva spesso che dalla politica non si va mai in pensione, come dalle passioni sportive. In compenso, si può essere sportivi anche senza giocare in prima persona. Arrivato a 40 anni voglio dimostrare a me stesso di essere capace di costruire un futuro che non sia nelle cariche pubbliche”.

2009-2019, come nel tormentone ten years challenge è una corsa al ‘trova le differenze’ rispetto a ieri, con Stracci che analizza senza censure successi e periodi bui, collaborazioni positive e rapporti burrascosi.

“Sono stati anni importanti per me, coincisi con la mia maturazione come uomo. Allo stesso tempo però sono stati dieci anni complicati perché coincidenti con una crisi senza precedenti che ha moltiplicato le difficoltà per chi ha dovuto amministrare, con bilanci sempre più magri ed esigenze rivolte al sociale sempre più sentite”.

In che anno si è cominciata a sentire davvero la crisi?

“Già dal 2010-2011 cominciammo a sentire delle difficoltà, proseguite fino al 2015. Poi abbiamo registrato una leggera ripresa. Nel decennio precedente arrivavamo ad incassare 1,2 milioni di euro di oneri di urbanizzazione. Ad un certo punto toccammo addirittura i 150 mila euro”.

Qual è l’iniziativa di cui va più orgoglioso?

“Sono tante, soprattutto nella scuola e nel sociale. Sia come ristrutturazione che come offerta didattica. Ma siccome i cittadini tendono ad essere più colpiti dalle opere pubbliche, allora dico che l’opera più sofferta ma anche più innovativa è stata il GiovArti, il centro giovanile per le arti”.

Tra le soddisfazioni immagino ci sia pure “Piceno d’Autore”, che ha traslocato da San Benedetto a Monteprandone sotto la sua amministrazione.

“Seguo le iniziative di Mimmo Minuto da anni. E’ una figura meritoria del territorio, un animatore culturale straordinario. Quando si sono create le condizioni per spostare l’evento in un altro territorio e Mimmo mi ha chiesto la disponibilità del Comune, io non l’ho fatto nemmeno finire di parlare. Per me è stato un privilegio”.

Di cosa si pente?

“Mi pento ad esempio di non aver seguito il mio intuito e di essere stato condizionato dalle proteste dei proprietari nella storia della lottizzazione dell’area tra via Scopa e la ferrovia. A distanza di anni è rimasta un’incompiuta, io avevo capito che non ci sarebbe stato mercato per quell’insediamento. Arrivai che la convenzione era stata firmata, non ebbi il coraggio di promuovere atti che rivedessero il prosieguo della lottizzazione”.

Quali differenze ha riscontrato tra il primo e il secondo mandato?

“Il primo fu sicuramente più vivace. Completammo le opere programmate dal sindaco Menzietti, che ci aveva preceduto. Il secondo quinquennio è stato segnato dal tentativo di far crescere la nuova classe dirigente e di mettere le basi per una nuova programmazione che segni i prossimi dieci anni. Abbiamo riorganizzato i servizi, realizzato la variante al piano regolatore e agito nel reperimento di fondi che consentiranno di realizzare una struttura epocale come il nuovo asilo nido di zona San Donato. Sarà il più grande delle Marche e uno dei più innovativi. Accoglierà centoventi bambini”.

Parlava di nuova classe dirigente. E’ riuscito a formarla?

“Quella cresciuta con me mi ha dato soddisfazioni, ma anche qualche delusione”.

Ossia?

“Quando abbiamo affrontato il tema della mia successione ritengo che non sia stato capito fino in fondo che il valore dell’unità fosse non solo utile per proseguire nel percorso della buona amministrazione, ma soprattutto per mantenere coesa la nostra comunità”.

Giochiamo a carte scoperte: ritiene che le tensioni a Monteprandone abbiano come colpevole Fabio Urbinati?

“Sì, credo che siano figlie di un suo intervento dall’alto. Già da prima di Natale il consigliere regionale del Pd riuniva a cena esponenti di maggioranza e minoranza per cercare di condizionare un percorso che si sarebbe dovuto concludere con la scelta di un unico candidato sindaco di maggioranza con il ricorso, in extrema ratio, alle primarie, invece saltate all’ultimo istante”.

Un tema caldo di questa campagna elettorale è stato inevitabilmente quello sull’ubicazione del nuovo ospedale.

“Mi pregio di poter dire di essere stato il primo ad indicare Monteprandone come sede del nuovo nosocomio. Non ho mai fatto ragionamenti di campanile, anzi. Ho sempre promosso discussioni che potessero armonizzare le esigenze di tutti. Quando in via della Scopa è decaduta l’ipotesi del centro commerciale, ho pensato che il terreno potesse essere acquistato ad un prezzo inferiore rispetto alla precedente destinazione urbanistica”.

Poi però c’è stato il terremoto.

“Dopo il 2016 è diventato difficile solo pensare di allontanare dalle aree montane l’ospedale di Ascoli. In un primo momento sembrava che i fondi per la ricostruzione potessero ristrutturare e potenziare il Mazzoni e rendere a quel punto superato l’ospedale nuovo. Era improbabile lo smantellamento di Ascoli, quindi cominciai a ragionare con la Regione ad una location vicino alla costa che diventasse la sede del nuovo ospedale di eccellenza, mantenendo nel capoluogo un ospedale di base. Il decreto Balduzzi non lo impedisce e questa mia convinzione vale ancora oggi”.

I detrattori le ricordano che nel 2012 votò a favore di Spinetoli.

“All’epoca non esistevano alternative. Come detto, nel 2016 iniziai a sponsorizzare Monteprandone. Purtroppo ho sempre avuto alleati deboli”.

Tipo?

“Penso a San Benedetto, con la politica preoccupata per gli striscioni che venivano esposti allo stadio che recitavano Giù le mani dall’ospedale. Senza dimenticare il consigliere regionale della costa”.

Rispunta Urbinati.

“Non mai ha sposato convintamente l’idea di Monteprandone. I veri nemici di questa soluzione sono stati coloro che a oltranza hanno difeso il Madonna del Soccorso senza capire che la struttura di San Benedetto è localizzata in un contesto urbano che nel futuro la costringerà alla chiusura”.

Nell’ultimo periodo il sostegno alla soluzione di Monteprandone c’è stato, o sbaglio?

“E’ stato tardivo. Gli amministratori della costa che con il loro temporeggiare hanno prodotto il capolavoro dei tre ospedali del Piceno a cui non credo e a cui dice di credere Urbinati, essendo questa ipotesi prodotta in ambito sambenedettese. A me pare piuttosto utile a scavallare la scadenza delle Regionali. Non vedo una prospettiva seria di riorganizzazione sanitaria. Ceriscioli da questo punto di vista aveva avuto un approccio laico. Sono le miopie del territorio che stanno impedendo alla zona costiera di avere un ospedale moderno all’uscita dell’autostrada”.

Ha percepito un pregiudizio politico nei suoi confronti?

“Ho sempre sperato di no, ho tuttavia paura che la guerra all’ospedale di Monteprandone, così come la divisione generata tra Ruggieri e Loggi, avesse come obiettivo l’indebolimento della classe dirigente della città da parte di chi immaginava una mia discesa in campo come candidato alle prossime Regionali”.

Lo esclude?

“Sì. Voglio rassicurare Urbinati e gli amici democratici di San Benedetto che non sarò io il suo avversario”.

Eppure entrambe condivideste l’esperienza renziana ai tempi della rottamazione. In che momento si è registrato lo strappo fra voi due?

“Le tensioni non sono mai state evidenti, ma nel momento in cui si sale di responsabilità e di ruolo, in politica capita di essere colpiti dalla sindrome di Erode. E i primi ad essere colpiti dal sospetto sono i primogeniti della propria cerchia”.

Quindi parliamo della primavera del 2015.

“Esatto”.

Al di là della spaccatura sull’ospedale, come sono stati i rapporti con gli altri sindaci del territorio?

“Sostanzialmente buoni, anche se bisogna dire che ciascuno di noi veste la casacca del proprio campanile. Quando si tratta di fare sintesi e ci sono in ballo rinunce alla propria sovranità i conflitti nascono naturalmente. Per quel che riguarda i sindaci del mio partito, i rapporti sono stati a volte conflittuali per questioni di posizionamento. Eppure questo non ha mai condizionato la nostra collaborazione sul piano amministrativo”.

Non posso non pensare a Valerio Lucciarini di Offida.

“Per un periodo io sono stato presidente dell’assemblea regionale del Pd, lui vicesegretario. C’è stata rivalità, ma gli riconosco di aver sempre collaborato. I nostri comuni non hanno mai avuto nocumento”.