venerdì 1 Luglio 2022 – Aggiornato alle 14:17

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Sanità

Rsa Ripatransone, pesantissima denuncia dei sindacati: “Personale sull’orlo di una crisi di nervi. Alcuni di loro devono portare il pannolone”

Il segretario provinciale Nursind Pelosi: "Se si deve continuare a gestire casi Covid allora la struttura va attrezzata definitivamente"
▲ L’ingresso della Rsa di Ripatransone
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SAN BENEDETTO DEL TRONTO

“Due anni di pandemia non hanno insegnato nulla a chi ha il compito di dirigere, organizzare, strutturare un modello organizzativo adeguato al corretto amalgamarsi tra benessere degli operatori e degli ospiti ricoverati”. Lo afferma il segretario provinciale del Nursind Maurizio Pelosi. “Chi ci ha contattato sono dipendenti esasperati sull’orlo di un crollo emotivo pervaso da ansia, angoscia profonda, vuoti di memoria e crisi di pianto improvvise, con gravi risvolti sulla vita privata e familiare. Il tutto generato da quello che doveva essere una organizzazione certamente non impeccabile, ma proprio per questo temporanea. Invece il protrarsi della contagiosità del virus nel tempo sta mettendo a dura prova il sistema nervoso del personale del comparto che non vede la fine, specie dopo le ipotizzate dichiarazioni dell’Azienda che dal 1 maggio le uniche strutture post-acuti Covid, sarebbero state l’RSA di Ripatransone e l’RSA Galantara di Pesaro”.

La denuncia è relativa proprio alla struttura ripana che “per trasformarsi in COVID dedicata, ha subìto solo dei lievi interventi che di fatto non giovano alla qualità di vita e di assistenza, anzi la penalizzano enormemente”. “Non è mai stata dotata – spiega Pelosi – di un adeguato impianto di condizionamento, né di aerazione con ricambi d’aria: a garantirli ci sono solo le finestre aperte. Il container che è stato posto all’esterno della struttura non è mai stato integrato all’edificio e non è mai stato dotato di terminale, telefono o di altri presidi per permettere un corretto recupero psicofunzionale. Il personale non é mai stato dotato di abbigliamento adeguato a percorrere le aree esterne, come giubbotti e calzature così come era stato promesso loro, specie nel periodo invernale. L’assenza di una zona verde adeguatamente ampia ed attrezzata adiacente alle zone rosse, costringe chi indossa i DPI a non dismetterli per lungo tempo, perché ogni operazione legata all’assistenza, anche quella dell’uso del PC, non è possibile al di fuori dell’area rossa”.

Per questo motivo, a quanto afferma Palosi, sia Infermieri che OSS, indossano la tuta e tutti gli altri DPI ben oltre le 4 ore consigliate. “A volte anche per tutta la durata del turno o, bene che vada, con brevi pause previste di appena tre quarti d’ora, spessissimo anche meno. Molti di loro, uomini e donne, sono costretti ad indossare il pannolone per l’impossibilità di recarsi in bagno in tempi fisiologicamente accettabili. Da precisare comunque che quel tempo di pausa dalla tuta, oltre che per il recupero dello stato psicofisico e del soddisfacimento del bisogno di bagno, deve essere impiegato per “sbancalare” e rifornire magazzini, carrelli ed armadi. Addirittura ci viene riferito che spesso il corriere lascia grossi pallet dove può, in posti di fortuna, a volte anche sotto la pioggia, costringemdo il personale OSS a sconfezionarlo, scaricare a mano i cartoni e trasportarli ad uno ad uno, su per la scala di emergenza, convertita ad ingresso”.

“Spesso – continua il sindacalista – qualcuno si permette il “lusso” di fare qualche minuto in più di pausa, ma questo, inevitabilmente innesca litigi e conflitti interni, che vanno ad aggravare ulteriormente il clima di lavoro, già rigido. Verosimilmente l’improvvisazione dell’organizzazione della prima fase del COVID è stata meglio digerita sia per la tipologia di paziente, che per il più nutrito numero di organico in dotazione turnante nelle 24 ore. Sentirsi dire dai loro diretti responsabili “…così come è stato fatto una volta, si può continuare a farlo anche ora” non è più accettabile, soprattutto in considerazione che le condizioni sono decisamente diverse. Su 28 posti letto disponibili, il tasso di occupazione del posto letto è sempre del 100% e la tipologia di paziente, di pertinenza prettamente medico/geriatrica aggravata dalla demenza che contraddistingue gran parte di loro, comporta dei carichi di lavoro decisamente superiori e più onerosi rispetto a quelli che sarebbero caratteristici di una struttura RSA. I pazienti arrivano a ricovero, anche nell’ordine di tre o quattro al giorno: tanti ne vengono dimessi e tanti, in egual numero, ne vengono riammessi (in qualsiasi orario nell’arco delle 24 ore), senza nessuna possibilità di programmare i ricoveri, come invece sarebbe opportuno e necessario”.

La presenza medica è prevista da contratto solo per tre ore la mattina e tre ore il pomeriggio, ma specie nei giorni festivi la presenza si riduce ad un solo accesso nell’arco della giornata. “Altre volte – insiste Pelosi – i lavoratori sono stati persino autorizzati a richiedere l’intervento del medico dell’USCA nell’orario diurno. Purtroppo, quest’ultimo non ha le credenziali per poter accedere al portale informatico dedicato all’assistenza, SIRTE, pertanto deve svolgere tutte le pratiche in formato cartaceo, salvo poi caricare tutto successivamente sul portale. Tutto questo provoca uno spreco di tempo e di risorse umane che inevitabilmente si ripercuote sul tempo dedicato all’assistenza. L’accesso al Post Acuti Covid viene richiesto compilando un modulo e inviando la documentazione ai medici che ne valutano la stabilità clinica e ne autorizzano l’ingresso. Capita spesso (e negli ultimi mesi, sempre più di frequente) che non essendoci più un reparto Covid, vengano ricoverati pazienti direttamente dal Pronto Soccorso. Ci vengono riferiti salti continui dei riposi e dei “periodi finestra”, senza alcun preavviso, senza alcuna programmazione, senza la possibilità di organizzare la propria vita privata. Una sorta di reperibilità continua non remunerata, con giornate di ferie spezzate, concesse qua e là, senza criterio organizzativo, che seppur permettano il loro smaltimento, non consentono un corretto recupero funzionale. Ci viene poi segnalato un approvvigionamento, col passare del tempo, di DPI di qualità sempre più scadente: dalle FFP3 rigide che non si adattano al viso e scomodissime da indossare specie per parecchie ore continuative, alle tute di materiale più leggero e dalle saldature meno resistenti oltre che della disponibilità della sola taglia XXL per tutti”.

“Infine – prosegue – il mancato riconoscimento economico in termini di premialità e di indennità, insieme al mancato riconoscimento dei tempi di vestizione e vestizione COVID (20 + 20 minuti, DGRM 663 e 1522 del 2020), completano un quadro lavorativo drammatico al quale
vengono sottoposti questi lavoratori, facendoli sentire abbandonati a loro stessi, senza ancora intravedere, seppur lontanamente la fine di questo incubo. Chiediamo pertanto all’azienda che se i piani dell’ASUR sono quelli di lasciare la RSA di Ripatransone dedicata al paziente COVID positivo, per un tempo ancora indefinibile, si debba procedere immediatamente a rinforzare numericamente la presenza di personale, una più massiccia presenza di medici in struttura, la realizzazione di quelle opere architettoniche che potrebbero garantire il rispetto dei requisiti minimi di sicurezza, il supporto psicologico, il rispetto del DECRETO LEGISLATIVO 8 aprile 2003, n. 66, la dotazione di DPI adeguati, il giusto riconoscimento economico a questi dipendenti, e soprattutto favorire il ritorno di un buon clima lavorativo, sia psicologico individuale che di gruppo, e organizzativo vero e proprio, indispensabili per la creazione ed il mantenimento di un benessere organizzativo generale”.

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