Assenti si è dimesso e parla di piscina e del cugino. “Menu con Mussolini? Lasciai il ristorante, quei sentimenti non mi appartengono”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Le dimissioni arrivano a quattro anni esatti dall’insediamento. Andrea Assenti lascia ufficialmente l’amministrazione comunale per lanciarsi nella corsa alle Regionali, mollando sul tavolo la carica di vicesindaco e l’assessorato ai lavori pubblici. “Stiamo cantierando diversi progetti – dice Assenti  – finalmente cominceranno i lavori sul lungomare, che non sarà più a tre pezzi. Il progetto fu portato avanti dal nostro Farnush Davarpanah, che ha sempre avuto l’idea di creare un collegamento unico tra nord e sud. In occasione dell’inaugurazione omaggeremo la sua memoria e la sua vena artistica. Inoltre, partiranno gli asfalti e i lavori alla scuola Ferri. Gli uffici hanno svolto un grandissimo lavoro”. Il provvedimento di cui va più orgoglioso è però un altro: “Di sicuro l’approvazione del regolamento dei riscatti. Chi voleva riscattare le case Erap diventandone proprietario, adesso lo può fare. E’ stato un percorso difficile, per questo ne vado fiero. Si aiutano le persone nella stabilizzazione di una certezza, ossia quella di avere una casa”.

Nella casella delle delusioni invece cosa inserisce?
“Di sicuro il project della piscina non andato a buon fine. Lo portai all’approvazione già nel dicembre 2017. La città avrebbe potuto avere un impianto nuovo, purtroppo le cose non sono andate così. Avremmo potuto riaprire la vasca esterna e migliorare l’interna. Un’altra delusione è non aver ancora potuto spostare il terminal dei pullman di via Gramsci nel parcheggio adiacente alla Stazione. Da un anno aspetto da Rfi la firma del nuovo contratto. Una storia che ha dell’incredibile”.

“Ci avevate promesso i tuffi in piscina nel’estate 2017”. Sa benissimo che sarà questo il refrain dell’opposizione nella prossima campagna elettorale.
“Sì, sicuramente. Sarà il ritornello dell’opposizione che farà il suo mestiere e ci attaccherà per le opere incompiute. Ma noi risponderemo con le altre cose fatte. Speriamo di lasciarne tante”.

Ammetterà che il discorso del project partì fin dal principio col piede sbagliato.
“La verità è che agli inizi del 2017 non avevamo soldi da investire e non erano partite le monetizzazioni. Gli oneri di urbanizzazione sono notevolmente cresciuti con noi. Abbiamo fatto molte cose che hanno dato possibilità di incremento alle casse comunali. Purtroppo in quel momento non avevamo né soldi, né progetti. Per questo avevamo scelto il percorso del project”.

Si parlava di affidamento trentennale.
“Oggi le società di fatto hanno privatizzato l’utilizzo della piscina allo stesso modo, con una perdita per il Comune importante. L’idea di andare avanti con un privato che investisse mi sembrava legittimo. A questo punto l’amministrazione farà un progetto interno, per poi indire una gara per la costruzione e la gestione”.

Perché non muoversi fin dal principio in questo senso?
“Ma perché, farlo attraverso il project financing era disdicevole? Doveva essere un’opportunità. In genere il privato accelera i tempi e investe di suo con la garanzia della gestione dell’impianto. Non pensavamo fosse sbagliato. Poi le lungaggini, i ricorsi e anche il covid hanno fatto sì che i privati si ritirassero”.

Qualche mese fa avete venduto l’ex scuola Curzi e ora, causa coronavirus, si va alla ricerca disperata di spazi per realizzare nuove aule. C’è pentimento da parte vostra?
“L’ex Curzi rientrava in una lista di beni alienabili da oltre tre anni, quando nessuno poteva immaginare l’esplosione dell’emergenza sanitaria. Le nuove aule non saranno prese da altre sedi, ma investiremo i soldi nelle scuole riconosciute tali grazie allo stanziamento di 230 mila euro. L’ex Curzi non l’avremmo potuta riaprire, in quanto avrebbe avuto bisogno di una manutenzione importante. Sarebbe stato un discorso lungo e difficile da percorrere”.

Lo scorso ottobre in consiglio comunale ritirò la delibera di giunta sulla proroga di due mesi concessa per la stipula dell’atto di compravendita di quell’immobile. Fu una scelta fatta “in autotutela”, successiva solo all’interrogazione presentata da Flavia Mandrelli. E sempre in quell’assise confermò che nella società acquirente compariva il nome di suo cugino.
“Ringraziai la Mandrelli il giorno stesso. La sua interrogazione ci fece riflettere maggiormente”.

Il nuovo passaggio avvenne tramite determina dirigenziale. Fu un’ammissione di colpa.
“Quell’atto era dirigenziale e non andava portato in giunta. Era un atto gestionale che dall’inizio dell’iter fino alla conclusione era di competenza esclusiva del dirigente. Anche la richiesta di proroga doveva essere effettuata dal dirigente”.

Ammesso che sia così, riconosce di aver commesso una leggerezza partecipando a quella riunione di giunta?
“La questione è semplice: ci fu una successione societaria di cui non ero a conoscenza”.

E’ una motivazione che ha provocato un mare di polemiche. Sarà d’accordo che sia legittimo non credere al fatto che non fosse a conoscenza della presenza in società di suo cugino
“Se avessi saputo della presenza di un mio congiunto sulla delibera, non l’avrei votata. Non si capisce perché avrei dovuto votarla se ne fossi stato a conoscenza. Erano atti che non riguardavano direttamente l’assessore ai lavori pubblici, ma l’ufficio. Sono tutti atti del dirigente, la parte politica non ne ebbe conoscenza fino alla fine. L’iter non mi riguardava direttamente. Se non ci fosse stata la delibera di proroga non parleremmo di alcun caso di cugini”.

L’opposizione invocò le sue dimissioni. In quelle settimane ha mai pensato al passo indietro?
“Per quel motivo assolutamente no. In consiglio comunale ho trovato un atteggiamento accusatorio. Capisco la polemica politica, non capisco quella giudiziaria”.

Si aspettava maggiore solidarietà da parte della sua maggioranza?
“Non più di tanto. Purtroppo la politica non si fa più in assise, ma dentro ai tribunali. Capisco che si possa avere anche paura a parlare”.

Sempre lo scorso ottobre si tenne la cena di Fratelli d’Italia ad Acquasanta, divenuta celebre per la presenza nel menù di simboli e frasi legate al periodo fascista. Lei era presente?
“Sì, c’ero. Era una cena di partito. Arrivai tardi e quando vedemmo quei famosi menù realizzati da qualche nostalgico decidemmo di andarcene”.

Hanno ancora senso dopo oltre settant’anni riferimenti al Duce e al ventennio fascista?
“No, non se ne capisce il senso. Vanno prese in maniera forte le distanze da certi episodi. Quel tipo di sentimento non mi appartiene e non mi è mai appartenuto. Sono lontano anni luce da quell’ideologia. Sono stato sempre rappresentante di movimenti moderati. Io venivo da una lista civica e quando Giorgia Meloni aprì le porte di Fratelli d’Italia proprio alle realtà civiche ho deciso di candidarmi”.

Come mai ha deciso di candidarsi in Regione?
“E’ importante che San Benedetto abbia una rappresentanza forte in consiglio regionale. Voglio dare rilievo al territorio. San Benedetto in Regione deve diventare la normalità”.

Qualora venisse eletto ribadirà il no al progetto del nuovo ospedale a Spinetoli?
“Prima del nuovo ospedale a Spinetoli occorrerà concentrarsi sul nuovo ospedale di San Benedetto. Serve un potenziamento del Madonna del Soccorso, non può essere lasciato così. Occorre un cambio di mentalità, bisogna ripensare la sanità in maniera generale”.

Quello tra lei e Urbinati sarebbe potuto essere un perfetto duello in vista delle Comunali del 2021, invece vi sfiderete per un posto in consiglio regionale. Fare il sindaco non è tra le sue ambizioni?
“La battaglia con Urbinati non l’ho mai immaginata. Al momento mi dedico a questa sfida, ragiono un passo alla volta. Vediamo come va, poi ragionerò. Il tempo è dalla mia, non ho fretta (sorride, ndr). Il progetto delle regionali è nato molto tempo fa e il sindaco Piunti gode di ottima salute”.

Quindi dà per scontato un Piunti-bis?
“Io penso che si ricandiderà, attendiamo tutti la sua decisione. Non credo che termini qui la sua esperienza”.


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