Dalla Riviera a Hollywood, a tu per tu con Gianna Serra l’attrice che rifiutò Fellini

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Gianna Serra, attrice sambenedettese, è una donna dinamica e solare, molto lontana dalla figura della diva in ritiro. Scrive, recita e parla alla radio. Il suo motto personale è: “lu mejo a dà venì” (il meglio deve ancora venire).

Di storie passate e presenti ne ha da raccontare, dalla marca preferita di whiskey di Frank Sinatra (Cutty Sark) alle penne all’arrabbiata di Raf Vallone, dalle lunghe chiacchierate con Michele Placido alle gite per i paesi dell’entroterra marchigiano con Vittorio Sgarbi. Ha avuto la rara fortuna di aver ricevuto un contratto dalla 20th Century Fox nell’età d’oro di Hollywood.

L’unico suo rammarico è stato aver rifiutato il ruolo di Gradisca (Magali Noel) in Amarcord propostole da Federico Fellini: “Stavo per firmare il contratto ma il mio compagno di allora non me lo permise per gelosia nei confronti del regista.” Quest’ultimo diventò comunque un suo caro amico che la andava spesso a trovare d’estate.

Residente ora a Bologna, San Benedetto, dalla quale manca da diversi anni, custodisce un posto speciale nel proprio cuore. I balli alla Palazzina Azzurra, il tifo per la Samb, le tavolate di pesce con il brodetto e i calamaretti fritti. “Sogno di tornare e compiere un revival delle cose che preferisco di questa città.”, dichiara entusiasta.

La sua storia nel cinema inizia con la partecipazione al concorso di Miss Universo a Miami Beach in Florida nel quale arrivò in semifinale. Come fu selezionata?
Avevo partecipato a Miss Italia come Miss Marche. Prima ancora ero stata Miss San Benedetto al Cavalluccio Marino, uno chalet glamour della città, e poi ha vinto Miss Scacchi e Miss Marche alla Palazzina Azzurra, che all’epoca era teatro di feste, balli e cene con signore e signori eleganti. Mentre rappresentavo l’Italia a Miami conobbi l’attore britannico Peter Sellers che era un giudice della giuria. Lui rivedeva in me Sophia Loren, della quale era molto innamorato. Mi propose di recitare in quello che poi sarebbe stato il mio primo film intitolato The World of Henry Orient (1964).

Fare l’attrice era un suo sogno?
No, volevo fare la ballerina di danza classica ma ero troppo alta. Quando Peter Sellers mi ha offerto di lavorare nel suo film, mi sono gettata in un mondo che non conoscevo. La maestra Pamela Danova (tornata Pamela K. Matthews dopo il divorzio da Cesare Danova) mi è stata preziosa per perfezionare l’inglese e la recitazione sul set. Diventai per forza brava in questa lingua perché se mi rivolgevo a lei in italiano, non mi rispondeva. È stata l’insegnante di attrici italiane come Sophia Loren, Gina Lollobrigida e Anna Magnani. Era la cognata di Joseph Mankiewicz, uno dei registi di Cleopatra.

Che tipi erano gli attori Peter Sellers e Robert Taylor sul set?
Peter Sellers aveva il classico british humor ed era simpaticissimo. Un vero lord inglese che mi fece sentire subito a mio agio in un ambiente a me estraneo all’inizio. Robert Taylor era un grande attore di tutto rispetto, però quando lo incontrai io, stava sulle sue, era un po’ scontroso. Un altro divo del cinema americano che mi preme ricordare è Marlon Brando. Molto selettivo nelle amicizie ma spiritosissimo e di enorme cultura.

Dopo Peter Sellers, la seconda opportunità d’oro per sfondare nel cinema gliela offrì Darryl F. Zanuck, produttore statunitense e uno dei fondatori della 20th Century Fox.
Lo incontrai ad un ricevimento a casa del principe Pierfrancesco Borghese, detto Memé, nel quale era presente tutta la Roma che contava. Notai un signore con occhiali neri e sigaro in bocca che stette a guardarmi per l’intera serata senza che io sapessi chi fosse. Il giorno dopo mi telefonò e mi parlò in un francese dal buffo accento americano. Sulle prime mi parve uno scherzo, dato che il francese lo so bene e mi pareva strano quel modo di parlarlo, e lo mandai a quel paese. Chiedendo spiegazioni al principe Borghese, questi mi disse che Zanuck era il re di Hollywood, non aveva alcuna cattiva intenzione, e mi vedeva come un’attrice da promuovere. Lui infatti lanciò Marilyn Monroe, della quale ereditai entourage e contratto, Shirley MacLaine, Rita Hayworth. Una volta chiarito, si presentò con la sua segretaria, mi offrì un provino con Frank Sinatra e un contratto di sette anni con la 20th Century Fox. Lo presi sul serio e accettai.

Come si svolse il provino con Frank Sinatra?
Fu un provino particolare: dovevo fare la barba a Frank su una sedia da barbiere. Tremavamo entrambi, lui perché non si fidava, io perché non avevo mai fatto la barba ad un uomo. Per l’occasione mi fecero scegliere tra i vestiti della Wardrobe Room, la stanza guardaroba, che era un edificio e sembrava immenso. Scelsi un baby doll di Shirley MacLaine, una delle mie attrici preferite, che aveva indossato per La Signora e i suoi Mariti (1964) con dei tacchi altissimi. Era color carne con sopra del pizzo nero. Fu un provino “sulla lama di un rasoio” ma andò bene.

Com’è stato ereditare l’entourage di Marylin Monroe compreso stesso bungalow e contratto con la 20th Century Fox?
Una favola. Devo dire di essere stata fortunata ad essere entrata dalla porta principale. La 20th Century Fox mi fece lo stesso contratto di Marylin valido sette anni: sveglia alle 4, sul set alle 9 e alle 18 a casa. Ereditai la sua truccatrice, il suo autista, il suo bungalow, la sua massaggiatrice. Quest’ultima era piena di diamanti su braccia, collo e orecchie. Quando le domandai il motivo, mi disse che Marylin gliel’aveva regalati per dimostrarle la sua gratitudine. Questa signora l’aveva calmata con camomille e tè nel corso dei suoi attacchi d’ansia prima di girare una scena. A proposito della diva, scoprii di frequentare il suo stesso ristorante italiano a Los Angeles, Pazzi d’Amore, e che il suo piatto preferito erano i cannelloni. La produzione mi diede pure per contratto una villetta rosa a due piani.

Che atmosfera si respirava nel cinema anni Sessanta ad Hollywood? Qual è il suo ricordo più vivido di quegli anni?
Nella golden age del cinema hollywoodiano si respirava un’aria fantastica. A forza di frequentare le stesse feste, ci si conosceva tutti nel giro. Adesso ovviamente non è più così. La mia amica Gina Lollobrigida è stata di recente in California e mi ha confermato che la logica del mercato è cambiata radicalmente. Il ricordo più vivo è il primo Natale passato a Los Angeles a casa di Frank Sinatra e della sua famiglia, di cui sono stata ospite per un mese. Un uomo generoso che mi aiutò tanto in termini di differenza tra slang americano e inglese e procurazione di contatti. Appena messo piede a Los Angeles mi aspettava una cadillac nera con quattro guardie del corpo italoamericane all’interno: “Se qualcuno ti fece qualcosa a mia lo devi dire”, mi dissero in siciliano. I Sinatra mi regalarono una zuccheriera d’argento a forma di civetta con occhi di smeraldo, questo animale negli Usa è un portafortuna.

Cosa le piace del cinema odierno?
Mi piace poco, rispetto a prima si è degradato. Per come la vedo io gli attori di adesso sono pieni di arroganza. Pensano di essere “arrivati” senza fare dei sacrifici. Manca l’umiltà. Vogliono tutto e subito senza spessore. L’unico attore e regista serio che salvo è Michele Placido, è bravissimo, è un piacere parlarci e non si dà arie.

Da otto anni si è data anche all’attività di giornalista. Come mai?
Ho ereditato il talento della scrittura da mio nonno Giovanni Poli, scrittore e giornalista. Mi è sempre piaciuto scrivere, a scuola gli insegnanti mi facevano leggere i temi ad alta voce.

Su cosa si sta concentrando attualmente?
Sul teatro, che considero un’esperienza unica per emozioni e contatto con il pubblico. A febbraio andrò a Parigi per interpretare una nuova pièce teatrale, di cui però non conosco ancora il nome, improntata sulla mia vita. I francesi mi conoscono per i miei film con Louis de Funès, attore e comico. Lì collaboro anche con una radio d’informazione, cultura, comicità e musica, France Inter.