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Dal Ponterotto a Rivolto. Parla Elio Palanca, il sambenedettese che pilotò le Frecce Tricolori: “Sette anni con la pattuglia acrobatica”

ANNI 70 | Nato e cresciuto a San Benedetto, oggi vive a Treviso: "Ogni tanto torno, amo il mare". Addestratore, pilota di elicotteri e di mezzi aerei di soccorso

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – L’unico sambenedettese nella storia della pattuglia acrobatica. Si chiama Elio Palanca, oggi vive a Treviso, ma fino all’età di diciotto anni è stato di casa al Ponterotto on il papà Umberto e la mamma Livia Castorani.

Classe 1944, è in pensione e si gode i nipoti senza rinunciare a tornare nella sua amata città: “Mia moglie è trevigiana, non le piace il mare, mentre io lo amo. Faccio il nonno a tempo pieno, ma ogni tanto torno in Riviera”.

Elio Palanca oggi

La sua avventura in Aeronautica comincia nel 1962. Fino a quel momento Palanca non aveva mai visto un aeroplano. “Amavo la bicicletta, le macchine, ma non gli aerei – racconta a La Nuova Riviera – avrei dovuto fare tutt’altro lavoro, poi dopo aver fatto la domanda in Aeronautica mi ritrovai a giugno a Roma per le visite. A ottobre ero già a Lecce per i corsi di pilotaggio”.

In trentaquattro anni le esercitazioni e i lavori effettuati non si contano: addestratore, pilota di elicotteri e di mezzi aerei di soccorso: “Trasportavo gli organi quando ancora il compito spettava all’Aeronautica”, svela Palanca. “Operavo al mare e in montagna, una volta salvai una famiglia austriaca che si era persa in un bosco vicino ad Asiago”:

Elio Palanca nel 1975

Con lui non si può non affrontare il tema delle Frecce Tricolori, soprattutto dopo il successo dell’esibizione in Riviera dello scorso weekend. “Ho fatto parte della pattuglia acrobatica per sette anni, dal 1970 al 1977. La pattuglia era di base a Rivolto. Feci una cinquantina di esibizioni in tutta Italia, ma pure all’estero: Belgio, Francia, Inghilterra. Si svolgevano generalmente da aprile a ottobre”.

Gli imprevisti? Tanti. “In Inghilterra me la vidi brutta, ma riuscii a venirne fuori. Mi ero dato per perso, credevo che non sarei riuscito a sopravvivere, invece rimisi il velivolo in linea. In quel momento chiusi gli occhi e pensai alla mia famiglia”.

Durante la performance la concentrazione è massima: “Non c’è possibilità di pensare ad altro, si è sempre in collegamento con la radio di bordo”.

Nel 1996 disse basta: “Avrei voluto continuare a volare, però mi relegarono in ufficio probabilmente per limiti di età”.

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