Uno Stabat Mater così così nella cattedrale di Ascoli Piceno

Concerto del 2 aprile 2018 ospitato nella Cappella del Sacramento sotto il patrocinio del Comune per la regia di Nazzareno Menzietti

Da sx, Yoho Morimyo, Nicola Gilardoni, Nikos Angelis, Nazzareno Menzietti, Mara Colombo, Sabrina Gentili
Da sx, Yoho Morimyo, Nicola Gilardoni, Nikos Angelis, Nazzareno Menzietti, Mara Colombo, Sabrina Gentili
Print Friendly, PDF & Email

ASCOLI PICENO – Una pasquetta diversa tra olive all’ascolana e Vivaldi. Già perché, fatto alquanto inconsueto, un appuntamento con la cosiddetta musica antica non si nota spesso da queste parti.

Ci ha pensato il Comune di Ascoli Piceno in collaborazione con l’Associazione culturale Medea, con il festival di musica antica “Gaudete”, con l’Associazione Radio Incredibile e l’ospitalità della diocesi ascolana retta dal vescovo Giovanni D’Ercole (anch’egli presente).

Un evento assai reclamizzato sulla stampa cartacea e quella on-line che ha richiamato l’attenzione su uno dei componimenti religiosi in latino più emozionanti: lo Stabat mater.

Il testo, attribuito a Jacopone da Todi, autore del Duecento italiano, dipinge le sofferenze di Maria che sotto la croce vede suo figlio morire. Una preghiera così suggestiva da ispirare molti artisti, musicisti, pittori e scultori dal Medioevo a oggi.

Il fil rouge del concerto del 2 aprile è proprio la passione, cioè la sofferenza, nell’arte. Il contesto, particolarmente azzeccato, è stato quello della Cappella del Sacramento dentro la Basilica cattedrale di Sant’Emidio, patrono di Ascoli Piceno.

Contornato da opere del Quattrocento come il polittico di Carlo Crivelli, il paliotto in argento dell’altare, e del Cinquecento, come il tabernacolo in legno attribuito a Cola d’Amatrice, un ristretto pubblico è stato accolto dagli esecutori: Yoho Morimyo violino primo, Nicola Gilardoni violino secondo; al basso continuo Mara Colombo viola da gamba e Sabrina Gentili organo; il controtenore Nikos Angelis al canto.

Il repertorio: si è iniziato con uno Stabat Mater gregoriano dal Liber Hymnarius durante il quale il cantore Angelis è riuscito, con voce limpida e buona resa espressiva, a far risuonare i modi antichi con l’ausilio dell’ottima acustica ambientale.

A seguire il pezzo forte della serata, lo Stabat Mater composto da Antonio Vivaldi per contralto (o controtenore), archi e basso continuo. Si tratta di un famosissimo brano dell’inizio del Settecento, molto evocativo che, assieme al più conosciuto Stabat Mater del marchigiano Giovanni Battista Pergolesi, costituisce uno dei più alti momenti musicali del rito della via Crucis e della processione del Venerdì santo.

L’esecuzione di iersera non è stata particolarmente felice. Innanzitutto l’organico: si è avvertita enormemente la mancanza della viola che, se presente, avrebbe non solo rispettato il testo, cosa imprescindibile per chi pretende di offrire esecuzioni storicamente informate, ma pure riempito e sostenuto adeguatamente alcuni momenti della sequenza.

Primo fra tutti il largo Eja mater dove è scritto che il canto si appoggi su almeno tre strumenti ad arco, cioè due violini e una viola, mancando nell’intenzione dell’autore il sostegno del basso continuo.

Quest’ultima sezione era formata da una viola da gamba a sei corde e un bell’organo positivo accordato a 415 vibrazioni doppie al minuto secondo. Un diapason convenzionalmente usato per il repertorio barocco che tuttavia non sarebbe quello che secondo gli studiosi era in uso a Venezia al tempo del Vivaldi (430-440 Hz).
A parte la scelta dell’accordatura, pur accettabile, il colore del basso continuo si è rivelato troppo scuro rispetto al timbro e all’intensità di due soli violini. Inoltre la realizzazione del basso cifrato da parte dell’organo è stata alquanto scolastica come pure l’esecuzione mai interessante, purtroppo.

Al contrario, i violinisti hanno offerto l’impressione di conoscere la prassi esecutiva dell’epoca riuscendo a plasmare dignitosamente e con buona intesa l’accompagnamento al canto del giovane Nikos Angelis che ha alternato alcuni bei momenti emozionanti a parecchi passaggi calanti soprattutto nella zona acuta della tessitura.

Il concerto è proseguito con un estratto dal Salve Regina di Nicola Porpora, grande operista napoletano attivo nel Settecento: Eja ergo, anche in questo brano si è notata grandemente da una parte la mancanza di una viola e dall’altra il carattere troppo comodo rispetto all’allegro suggerito dal compositore.

L’Eja ergo è stato riproposto come bis a fine serata, ma oramai il giovane controtenore era palesemente stanco con la conseguenza che la maggior parte del canto è risultata fastidiosamente calante.

Il cantante Angelis si è anche prodotto nell’aria “Pietà, Signore”, erroneamente attribuita (stranamente anche nel programma di sala) ad Alessandro Stradella, compositore secentesco originario di Nepi, nel viterbese.

Più probabilmente risalente alla prima metà dell’Ottocento, quest’aria da chiesa, per canto e organo, è risultata un pugno in un occhio per più motivi: stilisticamente male assortito rispetto al programma, testo disarmonico rispetto al leitmotiv della Passione, accompagnamento all’organo piatto e insicuro, canto non sempre all’altezza.

Molto gradite invece sono state le pillole di Nazzareno Menzietti, regista della serata, che, inframmezzando il concerto, ha proposto una piacevole lettura di alcuni dipinti in tema con la serata: la Pietà di Lorenzo D’Alessandro, il Compianto su Cristo di Gaudenzio Ferrari e la Deposizione di Caravaggio.

In fin dei conti l’idea è ottima, come pure lo sono state l’organizzazione (con una diretta su Facebook) e la mise en scène. Quanto al concerto direi senz’altro ambizioso ma del tutto provincialotto caratterizzato da un vorrei, ma non posso. Peccato.