Le telecamere Rai alla scoperta del porto. Luigi Maria Perotti gira nella sua città: “Sarà un racconto fatto di persone”

Luigi Maria Perotti con alcuni personaggi intervistati per il documentario. Da sinitra è con Zeno Rossi, Pietro Ricci e Gianni "Schiuma" D'Angelo
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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – S’intitola come un romanzo di Hemingway, “Di là dal fiume e tra gli alberi”, il nuovo format di Rai 5 che – a partire dal 18 febbraio 2019 – vedrà protagonisti 8 registi alle prese con il racconto in forma documentaristica di itinerari italiani poco noti al turismo di massa, o comunque narrati da un punto di vista diverso rispetto al solito: saranno protagonisti della serie i porti, le piccole isole d’inverno, i sentieri di montagna ed altre meraviglie nascoste agli occhi dei più, luoghi rappresentati attraverso i volti e le voci delle persone che li animano. 

Tra i registi c’è il sambenedettese Luigi Maria Perotti, che pur vivendo a Roma da anni ha voluto dedicare una puntata della docuserie al porto della sua città d’origine, il quale ha rappresentato il vero e proprio centro nevralgico della vita cittadina per tutto il Novecento e che – seppur in misura inferiore rispetto al passato – mantiene ancora oggi notevole importanza: ne abbiamo parlato con lo stesso autore, per scoprire i dettagli del documentario e la genesi del progetto.

  • San Benedetto, fin dalle sue origini, è una città portuale e portocentrica, ed è praticamente impossibile da rappresentare a prescindere dal porto stesso. Dei vari aspetti che storicamente si possono cogliere, a quali hai dato la precedenza?
  • Io sono sambenedettese al 100% e mi considero ancora tale, ma essendomi trasferito da giovane ho vissuto pienamente il porto e la città più che altro negli anni della mia infanzia, quando la nostra flotta di pescherecci era la più importante d’Italia, e durante l’adolescenza. Per questo motivo girando il mio documentario ho scoperto molte cose di cui non ero a conoscenza, riguardo la storia e le origini della città ma anche gli sviluppi e i cambiamenti avvenuti negli ultimi decenni. Mi ha colpito in particolare il fatto che gran parte della città, in principio più piccola di Grottammare e storicamente meno importante di Cupra, si sia espansa grazie alla costruzione del primo molo e al conseguente insabbiamento, che ha creato quella che ora è la parte più bella del centro città, ossia la zona immediatamente a sud dell’area portuale. Racconto la storia del porto come una genesi di San Benedetto, ma questa è anche una storia di declino: negli ultimi decenni l’intera area ha perso la sua centralità, a livello economico ma soprattutto sociale.
  • Questa perdita di interesse socioeconomico, per certi versi inevitabile, può secondo te portare ad una futura riqualificazione della zona porto e ad un ringiovanimento complessivo di San Benedetto?
  • Non ho le competenze adatte a rispondere ma penso di sì, e ci spero. Il porto è in crisi d’identità, tra la bellezza della zona sud e il degrado della zona nord: il Ballarin è un po’ il simbolo di questa situazione, poiché rappresentava il centro della vita sambenedettese ed ora è in demolizione dopo anni di completo abbandono. Lo stadio era tutt’uno con il porto, simboleggiava lo spirito della comunità, e a quei tempi era molto difficile battere la Samb in casa. La squadra regalava alla gente grandi soddisfazioni.
  • Tornando al tuo documentario, riguarderà maggiormente i panorami e gli scorci che il porto offre, oppure si concentrerà sui volti e sulle parole della gente che tuttora lo anima?
  • Il mio è un documentario fatto di persone, e ha una particolarità: a differenza degli altri registi coinvolti nel progetto, io torno a casa mia. È un’eccezione al format, poiché i miei colleghi esploreranno luoghi che non conoscono. Io invece narrerò storie che tracciano un ritratto dell’area portuale, ma non solo: ad esempio ci sarà anche un protagonista storico dell’intrattenimento locale come Gianni “Schiuma” D’Angelo, trait d’union tra la zona nord (Schiuma nel 1981 rimase ferito nel tragico incendio del Ballarin) e la zona sud (con la discoteca Atlantide fece ballare generazioni di giovani sambenedettesi).
  • Per un regista, raccontare la propria città è più un piacere o una sfida?
  • Un po’ e un po’. È molto piacevole, ma giocare in casa non è facile, soprattutto nel mio caso: molte di queste cose non le sapevo, e forse proprio la distanza mi ha permesso di scoprirle.