Il film del sambenedettese Paolo Consorti proiettato al Macro di Roma

Print Friendly, PDF & Email

Il film di Paolo Consorti sarà proiettato al Museo Macro di Roma. Alla presentazione, di giovedì 14 febbraio, parteciperanno il direttore del Festival di Pesaro Pedro Armocida, il redattore di Taxi Driver Stefano Valente, il direttore del Macro Giorgio De Finis. “Figli di Maam”, scritto e diretto dall’arista sambenedettese, è stato prodotto da Giuseppe Lepore, con Luca Lionello.

Il film è stato girato interamente dentro Metropoliz, una fabbrica abbandonata alla periferia di Roma. Un luogo unico, un ex fabbrica occupata da persone di varie etnie, che hanno ricavato negli spazi diroccati dell’edificio le proprie abitazioni. Paolo Consorti è stato invitato a partecipare alla mostra inaugurata Metropoliz, negli spazi chiamati MAAM – un insolito museo dentro la fabbrica abbandonata che convive con questa città meticcia e imprevedibile – dal De Fenis. Proprio il contesto di sorprendente energia e creatività delle opere d’arte, installate negli spazi dell’ex fabbrica e nelle abitazioni dei “metropoliziani, ha costituito la scenografia naturale del film di Paolo Consorti.

Tra il cast, oltre le partecipazioni straordinarie di Franco Nero, Alessandro Haber e Michelangelo Pistoletto, Consorti ha potuto contare su Fred Paradiso Rosati, Cinzia Carrea, Mauro F Cardinali, Roberta Scardola, Simonetta Ingrosso, Gianni Rosato, Maja Lionello, Roberta Pedrelli. La colonna sonora del film è di Gerardo Casiello.

“In questo bel film di Paolo Consorti – scrive Stefano Valente su Taxi Driver – è in gioco niente meno che la questione del rapporto tra redenzione ed arte. È in gioco la ‘redenzione dell‘arte’ – qui si tratta di un genitivo equivoco che è insieme un genitivo soggettivo ed oggettivo. Si comincia con la domanda: è l’arte capace di redimere? Per finire con la domanda: oppure anche l’arte deve essere redenta? L’opera di redenzione di Giovanni redivivo si rovescerà al punto tale da porre la questione della redenzione dell’opera. In altri termini questo significa porsi la domanda sulla capacità redentiva dell’opera d’arte. Può l’arte da sola dar senso al non senso delle nostre esistenze? Ebbene già solo per il fatto di ritrarre in immagine questo nostro mondo, che ormai cade in pezzi, l’arte mette in atto una operazione di cosmesi.