Ellipse, l’ultima opera del pianista jazz sambenedettese Stefano Travaglini

Uscito a fine 2017, è un disco a piano solo tutto improvvisato che ha già suscitato l’interesse dei più importanti osservatori della scena jazzistica mondiale

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Tutto ruota attorno ai punti focali: è “Ellipse”, nuovo album a piano solo dell’artista Stefano Travaglini edito nel novembre 2017. Il disco è stato registrato a settembre 2016 in Norvegia, nello studio Rainbow di Jan Erik Kongshaug a Oslo e prodotto dall’etichetta marchigiana NotamiJazz.

La cifra distintiva di questa creazione è la forma di improvvisazione che, per un’ora circa, scandisce il libero fluire delle invenzioni del jazzista durante nove momenti. L’autore sottolinea questo aspetto e lo spiega attraverso le parole del sassofonista Lee Konitz: “That’s my way of preparation – to not be prepared. And that takes a lot of preparation!” (“È così che mi preparo a non essere preparato. E ci vuole un sacco di preparazione!” Lee Konitz – Conversazioni sull’arte dell’improvvisatore, traduzione di Francesco Martinelli).

The importance of fishing è un inizio interessantissimo fitto di suoni dal ritmo incessante che si intervallano a luoghi elegiaci con echi delle esperienze dei maestri della musica a cavallo tra Ottocento e Novecento come Gustav Mahler. È la sensazione di chi, appena sedutosi al pianoforte, inizia a indagare, per poi “trovare pace” su un tema.

Segue Life, un racconto che Travaglini imbastisce attingendo alle forme del linguaggio parlato e che fa uso di percepibilissimi segni di interpunzione: punti di sospensione, interrogativi ed esclamativi con tributo, neanche troppo celato, a Violeta Parra (Gracias a la vida).

The flowering season è un quadro che il pianista dipinge direttamente sulla tela con base di colore fatto di accordi in omoritmia ed estrose pennellate di frasi all’unisono dove troverebbero comodamente casa Paul Hindemith o Béla Bartók.

Il quarto momento si intitola Persistence. Esordisce con un fa diesis ostinatamente ribattuto che cuce il brano per tutta la sua durata e che costituisce la base per le invenzioni di Stefano Travaglini.

Il disco continua con Monk’s mood, la citazione di uno dei brani meno eseguiti del pianista jazz Thelonious Monk, e a seguire, senza soluzione di continuità, il brano originale Presences dove un originalissimo walking bass alla mano sinistra accompagna impervie improvvisazioni della destra sulle acute tessiture del piano. Quest’ultimo momento trae ispirazione da Le Sacre du printemps del russo Igor Stravinsky.

Ascoltiamo poi un bellissimo notturno intitolato Looking back contraddistinto da un canto lirico che interpreta melodie commoventi, forse la parentesi più struggente in questa fatica di Travaglini.

Intermezzo è un vero e proprio fuori programma molto novecentesco dove incalzanti accordi si susseguono suggerendo piccole e semplici filastrocche usate ai tempi dell’infanzia.

Chiudono il lavoro di Travaglini due brani intitolati Softly, as in morning sunrise e Good bye, for now che fanno trasparire tutto lo studio e la riflessione dell’autore profusi nella preparazione di questa lunga sessione di improvvisazione.

La lingua che Travaglini usa non è mai scontata e riesce sempre a trovare soluzioni convincenti e soprendenti nel riportare personali emozioni e provocarne di nuove nell’ascoltatore.

Notevole anche la qualità della registrazione proveniente da uno studio, quello di Kongshaug, famoso per aver curato la ripresa fonica di Keith Jarrett, Pat Metheny, Egberto Gismonti e moltissimi altri pezzi da novanta del panorama jazzistico mondiale. Per gli addetti ai lavori ricordo che si tratta del padre del suono dell’etichetta ECM di Manfred Eicher.

In conclusione un lavoro che è l’interiorizzazione di un sincretismo musicale assai cólto e che senz’altro non può mancare nella discoteca dell’ascoltatore di jazz.