lunedì 4 Luglio 2022 – Aggiornato alle 12:00

ANNUNCIO PUBBLICITARIO

Cronaca

“Sono stata rapinata in strada”. Ma la polizia sente puzza di bruciato e scopre che si era inventata tutto

Gli agenti hanno trovato alcune incongruenze nel racconto della donna
FERMO

Alcune volte, investigando su un segnalato fatto criminale che ha creato un forte stato di insicurezza collettiva per la dinamica dell’evento e per la tipologia “vulnerabile” della vittima del reato che lo ha denunciato alla polizia giudiziaria, si possono scoprire situazioni che rendono assolutamente verosimile che lo stesso non sia avvenuto.

Si parla, in questi casi, di simulazione di reato, fattispecie prevista tra i delitti contemplati nel codice penale; infatti l’art.367 sanziona “Chiunque, con denuncia, querela, richiesta o istanza anche se anonima o sotto falso nome, diretta all’Autorità Giudiziaria o ad un’altra Autorità che a quella abbia l’obbligo di riferirne, afferma falsamente essere avvenuto un reato …..”.

La ricostruzione degli eventi deve partire da alcuni giorni fa quando una donna fermana, dopo essere tornata a casa, ha chiamato la sala operativa della Questura segnalando di essere stata vittima di rapina.

La Volante, arrivata in poco tempo presso l’abitazione, ha acquisito i primi elementi utili per la indagini ed in particolare la ricostruzione della dinamica del reato e le indicazioni sugli autori del crimine che aveva lasciato la donna visibilmente scossa.

Circa due ore prima, la donna, come risultava dalle sue dichiarazioni, era uscita di casa a piedi per effettuare alcuni pagamenti delle utenze, portando con sé una busta contenente alcune centinaia di euro; improvvisamente era stata affiancata da una vettura con a bordo quattro soggetti travisati con cappuccio in testa e con la mascherina di protezione delle vie aeree, sulla fisionomia dei quali non era stata in grado di fornire indicazioni, uno dei quali dall’interno del veicolo, puntando nella sua direzione un oggetto scuro, potenzialmente una pistola, le aveva intimato, con poche parole elementari, di consegnare il denaro che aveva nella borsa.

La donna, intimorita e per evitare conseguenze, aveva estratto la busta e l’aveva consegnata al malfattore, vedendo poi la vettura che si allontanava celermente e non riuscendo, per la paura, a rilevare dati utili per l’identificazione del veicolo.

Così cristallizzata dagli operatori della Volante l’evoluzione dei fatti narrati, la Squadra Mobile ha avviato le indagini per risalire ai responsabili del grave reato, avvenuto in un’area pubblica ed in pieno giorno e che ha giustamente scosso l’animo dei cittadini della comunità.

Qualche ulteriore particolare, comunque ininfluente per le indagini, è scaturito dalla successiva denuncia formalizzata in Questura.

Le dichiarazioni assunte dalla vittima sono e devono essere sempre considerate come il punto di partenza dell’attività investigativa e considerate corrispondenti ai reali fatti accaduti, ma allo stesso tempo devono essere verificate anche per posizionare nel tempo e nello spazio la dinamica del reato ed i suoi autori.

E così, anche eventuali dubbi sulle circostanze degli eventi possono essere esclusi con le indagini, come ad esempio quelli relativi alle semplici domande: perché i rapinatori hanno individuato proprio quella donna come vittima del reato predatorio? come facevano a sapere che aveva con sé molto denaro contante se non hanno assistito, poco prima, ad un prelievo presso un bancomat o un ufficio postale? perché la donna non ha chiesto immediatamente soccorso a qualche cittadino nelle vicinanze o allertato le Forze di polizia? perché solo dopo due ore dal fatto reato subìto è stata segnalato alla sala operativa della Questura?

Sono domande che gli investigatori si devono porre per garantire una corretta ricostruzione dei fatti, senza tralasciare nessuna ipotesi di indagine perché è chiaro che la soluzione di ogni dubbio determina l’indirizzo delle attività di polizia giudiziaria.

In questo caso, forse più che in altri, per l’assenza di elementi di indagine forniti dalla vittima e/o da eventuali testimoni immediatamente individuabili sono venute in ausilio dei segugi della Squadra Mobile le immagini rese dagli impianti di videosorveglianza cittadina e privata presenti nella zona dei fatti dichiarati e riportati dagli operatori della Volante.

Acquisiti i video dell’arco temporale interessato, la Squadra Mobile ha analizzato ogni frame, individuando il tragitto percorso dalla donna e soprattutto gli orari dei suoi movimenti, seguendone le orme senza mai perderla di “vista”; un pedinamento digitale che ha, fin da subito, consentito di riassumere le fila delle attività investigative.

Orari reali incompatibili con quelli dichiarati, tratti di strada del cammino effettuato non corrispondenti alle attestazioni della vittima, la sua non presenza nell’arco temporale indicato per il reato subìto nell’area di commissione della rapina hanno fatto sorgere ulteriori quesiti che necessitavano di risposte.

E come i passi seguiti, uno dietro l’altro, gli investigatori hanno evidenziato, una alla volta, le discrasie tra il denunciato e l’accertato.

La classica “prova del nove” è stata l’assunzione delle dichiarazioni del titolare di un esercizio pubblico il quale ha testimoniato che la donna si era intrattenuta nel locale per poco meno di un’ora, anche e proprio negli stessi minuti nei quali aveva dichiarato di essere stata rapinata.

Probabilmente il senso di insicurezza e la paura nei cittadini derivati dal grave fatto reato, la notizia del quale è rimbalzata immediatamente, rimarranno ancora per qualche tempo ma resta il fatto che la donna è stata denunciata alla Procura della Repubblica per il delitto di simulazione di reato.

 

jako

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