Il 28 novembre 1943 a San Benedetto l’uccisione dei carabinieri che volevano fermare i nazisti. Le toccanti parole della figlia di Luciano Nardone: “Quel giorno crollò tutto”

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Settantasette anni fa avveniva la barbara uccisione, da parte dei nazisti, dei carabinieri Luciano Nardone e Isaia Ceci. Furono uccisi perché, nella loro veste di tutori dell’ordine, si opposero alle razzie di generi alimentari che i soldati tedeschi stavano facendo in un deposito. Citiamo, a tal proposito, il libro “Nel nome del Pane: Luciano Nardone e Isaia Ceci eroi dell’Arma” di Giuseppe Merlini pubblicato dall’Associazione Nazionale Carabinieri sezione di San Benedetto del Tronto nel 2003. Da quelle pagine apprendiamo che verso le 15,30 del 28 novembre 1943, cinque soldati tedeschi di transito con i propri mezzi lungo la statale 16, angolo Piazza Roma (oggi Piazza Nardone) videro le serrande sconnesse – a causa del vuoto d’aria del bombardamento del giorno prima – del deposito di generi alimentari di casa Sciocchetti. Penetrati nel magazzino iniziavano ad asportare cassette contenenti pasta, riso, scatolame ed altri generi alimentari così alcuni cittadini chiamarono il comandante della stazione di S. Benedetto Luciano Nardone che iniziò ad opporsi assieme al carabiniere Isaia Ceci ma vennero immediatamente freddati dalle raffiche dei mitra tedeschi. 

Proponiamo la testimonianza di Francesca Nardone, figlia del maresciallo “buono” come era stato appellato dai sambenedettesi, resa pubblica in occasione del sessantesimo anniversario di quel tragico pomeriggio.

Ricordo con tenerezza ed affetto gli anni trascorsi a S. Benedetto del Tronto, nonostante fosse proprio lì che la mia vita e quella della mia famiglia ebbero una svolta decisiva e dolorosa. Vi giungemmo nel 1941 da Chieti, perché mio padre, maresciallo a cavallo, era stato assegnato alla stazione di S. Benedetto per esigenza del servizio trasporto ferroviario. Qui continuai a frequentare dapprima la scuola pubblica, poi l’Istituto delle “Suore di S. Giuseppe”, dove ero in semi-convitto; infatti, la sera tornavo a casa, situata vicinissima all’Istituto.

Il 27 luglio del 1943, presso la chiesa di “S. Maria della Marina”, ricevetti contemporaneamente i sacramenti dell’Eucaristia e della Cresima per mano del vescovo Ferri. Fece da madrina la signorina Wanda Balestra, figlia di un maresciallo dell’Arma di Chieti e mia insegnante di pianoforte, conosciuta durante il periodo in cui mio padre aveva prestato servizio nella cittadina abruzzese. Dopo la cerimonia religiosa, a casa nostra ci fu un bel ricevimento preparato dalla mamma, a cui, fra gli altri, prese parte anche l’allora tenente Alberto Dalla Chiesa, che, poco più che ventenne, era stato assegnato a comandare la tenenza di S. Benedetto. Egli frequentava spessissimo la nostra casa: di lui non ho dimenticato l’affetto e la fiducia che lo legava a mio padre e a tutta la famiglia. Ma non posso dimenticare tante altre persone, militari e civili, come il Maresciallo Capacchietti, il carabiniere Rusciano e il caro Ceci Isaia, paziente e dolcissimo Ceci, che il 28 novembre mi sentii strappato via insieme a mio padre.

L’ultima volta che vidi il tenente Dalla Chiesa fu appena dopo il passaggio degli alleati, a Villa Sorge, mentre mio fratello Mario, allora colonnello dell’esercito, poté incontrarlo molti anni dopo a Torino durante un ricevimento. 

Durante il periodo estivo del 1943 venne a trascorrere alcuni giorni a S. Benedetto la sorella di mia madre, zia Matilde, che, dopo l’armistizio non poté più tornare in Campania: la sua presenza fu per noi un dono della divina Provvidenza.

Dopo il primo bombardamento lasciammo la nostra abitazione per riparare in una casa colonica dei dintorni, di proprietà di un contadino soprannominato Terrò. In seguito la casa colonica venne requisita dal comando tedesco e mio padre ci portò a Campofilone, dove già erano sfollate alcune famiglie sambenedettesi di nostra conoscenza. Papà, ovviamente, rimase al comando della stazione di S. Benedetto, e ci raggiungeva quando poteva la domenica.

Il 28 novembre, la notizia della tragedia della nostra famiglia ci raggiunse a Campofilone, attraverso un tenente dell’Arma, accompagnato da un altro militare. Nessuno mi cancellerà dalla mente la piccola stanza in cui poche parole rappresentarono il crollo delle nostre certezze. La mia mamma ebbe un crollo fisico e psicologico che si protrasse per anni, e zia Matilde prese in mano la situazione: fare da madre a due piccoli orfani e accudire la nonna Vincenza, madre di mio padre, che da sempre era stata con noi. Il 30 novembre la salma di papà venne portata a Campofilone, perché i bombardamenti in atto non ci permisero di raggiungere S. Benedetto. Dopo la funzione religiosa, ufficiata dall’abate don Ugo Lattanzi nella chiesa di S. Bartolomeo, la salma venne tumulata nel cimitero di quel paese, e lì potemmo salutarlo per l’ultima volta.

La zia Matilde, forte e generosa, fu la nostra guida e per noi mise più volte a rischio la sua vita, come quel giorno che si recò in bicicletta con dei nostri amici a S. Benedetto per tentare di salvare le poche cose che erano rimaste. Fu proprio allora che la nostra casa fu bombardata: ella fu salvata dai padre Sacramentini che, fra i pochi, dopo i bombardamenti, portavano aiuto alla popolazione ancora rimasta.

I miei studi proseguirono a Campofilone, dove mi preparai privatamente con l’aiuto di un sacerdote e in compagnia del figlio del maresciallo Addario, anche questi in servizio presso la stazione di S. Benedetto. Per sostenere gli esami che, per forza di cose, durarono solo un giorno, ci recammo a Fermo in bicicletta.

Il giorno della Liberazione fu per noi uno dei più dolorosi: le campane di Campofilone suonavano a gloria, ma la nostra piccola famiglia era riunita a piangere una gioia che non poteva appartenerci. Alla fine della guerra tornammo definitivamente nel piccolo paese dell’Irpinia, dove ci attendevano i nonni: il viaggio durò tre giorni a bordo di un camioncino di un amico.

Sono ritornata a S. Benedetto dopo tanti anni, in viaggio di nozze, ma non la riconobbi più. I miei ricordi più intimi sono rimasti legati a quella caserma che portava il nome di mio padre, a quella casa di cui potei rivedere solo i muri esterni e alla chiesa della “Marina”, che aveva visto prima la gioia e poi il dolore di una bambina cresciuta troppo in fretta. 

Voglio dire grazie a tutti coloro che ricordano mio padre e la sua dedizione al popolo di S. Benedetto; grazie a tutti gli amici che, prima e durante il periodo più doloroso, ci furono vicini con amore fattivo: vi rivedo tutti, uno per uno, e, credetemi, S. Benedetto è soprattutto voi! 


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