Cinquantuno anni fa naufragava il Pinguino. Morirono quattordici persone

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SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Cinquantuno anni fa, il 20 febbraio del 1966, a 7 miglia marine dalla punta di Capo Blanco affondava il Pinguino. In quel naufragio trovarono la morte tutti i quattordici membri dell’equipaggio. Il comandante del motopesca si chiamava Alberto “Mimì” Palestini. Era sambenedettese purosangue, nipote di Francesco Spazzafumo, uno dei pionieri della pesca nostrana. Aveva 50 anni e quattro figli. Il suo primo ufficiale si chiamava Elio Voltattorni, più vecchio di 6 anni, anche lui sambenedettese. Lasciò una moglie e una figlia.

Trovarono la morte anche il direttore di macchina Domenico Romani 51 anni di San Benedetto, il motorista Antonio Pompei 45enne anche lui sambenedettese, il giovane Ruggero Spina, nostromo di 28 anni, i marinai Vittorio Fidanza e Dino Bruni, di 25 e 26 anni. E ancora, Tommaso Bruni di 24, anche lui marinaio, anche lui sambenedettese. Quindi il cuoco di bordo, Vittorio Scartozzi, 47enne di Grottammare.

In tre arrivavano dalla Sicilia, precisamente da Porto Empedocle, in provincia di Agrigento. Erano Felice Taranti (29 anni), Agostino Greco (29 anni) e Giuseppe Greco (56 anni), tutti e tre marinai. Da Ancona il più anziano dell’equipaggio, Pasquale Greco, marinaio di 60 anni e da Gaeta proveniva Giuseppe Monti, trentunenne.

Il “Pinguino” affondò esattamente un mese dopo la partenza dall’Italia, nella notte fra il sabato 19 e la domenica 20 febbraio del 1966. Quella notte il motopeschereccio scomparve improvvisamente, spari’ dai radar e la radio di bordo restò disattivata. L’allarme venne lanciato soltanto la mattina successiva dall’equipaggio del postale navale della Mauritania, una sorta di traghetto che
collegava le coste africane alle Canarie. Alle 5 e 30 fu avvistata la prua che sporgeva completamente dalla superficie del mare. La notizia venne trasmessa al Consolato italiano a Las Palmas che informò immediatamente il Ministero della Difesa diretto da Giulio Andreotti.

La prima ipotesi che venne formulata per spiegare il naufragio fu quella di un atto di pirateria da parte dei guerriglieri africani. Ecco perché fu allertato per primo il Ministero della Difesa e non quello della Marina Mercantile. Quando affondò il “Pinguino” in quelle stesse acque della Mauritania si trovavano in pesca anche altri motopescherecci della flottiglia sambenedettese. Tra questi c’era anche il Rodi, che nel naufragio di quattro anni dopo, sarebbe divenuto il simbolo delle tragedie in mare per la marineria sambenedettese. Sulla vicenda, sulla quale a distanza di mezzo secolo esistono ancora molti lati oscuri, il giornalista Remo Croci ha scritto un libro: “La Barca di Nessuno”.




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